sabato 6 ottobre 2012

Braille - Native Lungs (2011)

La dicitura Rap Cristiano mi ha sempre fatto sorridere, quando non addirittura irritare. Non ho mai sentito parlare, ad esempio, di Islam Rap e non mi sembra che gli Stati Uniti siano privi di rappers seguaci del corano, di conseguenza mi sembra poco congruo parlare di un genere definito come Rap Cristiano, poiché si tende a sviare l'attenzione da quello che dovrebbe rimanere l'elemento più importante: la musica. Dunque, nel parlare di Braille e del suo ultimo disco, preferisco focalizzarmi su altri aspetti. Quello che emerge è l'intento di fare un Rap costituito di pensieri molto chiari e spesso maturi, evitando accuratamente di incappare in un'eccessiva cerebralità, come la traccia di apertura, "Native Lungs", dimostra apertamente, senza per altro chiamare in causa la questione relativa alla fede dell'mc ma soffermandosi sulla propria nascita artistica, citando i suoi eroi e le sue prime esperienze. Nel corso di tutto il disco più che di fede si parla, in effetti, di redenzione e di peccato, Braille si limita a testimoniare la sua personale esperienza di fede, equamente divisa tra l'Altissimo (o chi per lui) e la musica Hip-Hop. Ci sono momenti, a onor del vero, leggermente eccessivi, anche per colpa del beat, come la gloriosa "We Will Remember" o la rockeggiante "Death In Me", entrambe parecchio malriuscite dal punto di vista delle basi. Sembra che le cose migliori vengano raggiunte dai pezzi che si avvalgono del boom bap più classico (due esempi: la bellissima "Native Lungs" e le ottime "The Hardway" e "Nightmare Walking", quest'ultima benedetta da un campione vocale di Ice T preso integralmente e che fa il suo dovere alla grande), dove l'amalgama tra flow e base si realizza nella migliore delle forme possibili. Dal punto di vista strettamente musicale ho poi apprezzato particolarmente "Step Up", che ha un bellissimo giro di piano e un'atmosfera perfetta. A livello di Rap c'è, positivamente, poco da dire: Braille ha un'ottima voce e un gran bel flow, nonostante non sia nelle sue corde la tortuosità tecnica che a volte arricchisce degli album che altrimenti risulterebbero piuttosto noiosi. Qui di momenti noiosi veri e proprio non ce ne sono, la qualità è omogenea, forse manca una vera e propria perla, ma ogni brano (a parte tre o quattro episodi sparuti) ha la sua ragion d'essere, soprattutto quando Braille evita la trappola dell'enfatizzazione (la già citata "We Will Remember", ma anche "48 Prisons"). Mi sento di consigliare quest'album a tutti gli appassionati di un Hip-Hop non apocrifo, tradizionale e fatto soprattutto di buone rime, qui ne troverete parecchie (ne ho scovate persino io che non parlo bene l'inglese, il che è un incentivo anche per chi non ha molta dimestichezza con la lingua), a patto che chiudiate un occhio sugli eccessi spiritualistici che ogni tanto si palesano. A tutti quelli in cerca dell'avanguardia consiglio di non bussare a questa porta, o magari di bussare e provare a gustarsi il tutto con la dovuta prudenza, magari partendo da brani interessanti come "Rhymes On Everything" o "Native Lungs". Buon ascolto!
(da Rapmaniacz)

BLU - No York! (2011)

Ragazzi, non ci crederete ma Blu ha fatto un disco! Ironia a parte, credo che questo sia il terzo o il quarto in un lasso di tempo relativamente esiguo, e ciò fa di lui uno dei rappresentanti più prolifici dell'Hip-Hop contemporaneo. Dote di per sé positiva? Non necessariamente, è molto difficile sfornare continuamente capolavori senza il dovuto periodo dedicato al concepimento del proprio progetto musicale, e bisogna essere davvero dei geni per non incappare nelle insidie dell'approssimazione. E' quello che succede in questo caso? Nì. Non è che qua si stia facendo un completo buco nell'acqua, chiariamoci, "NoYork!" ha diversi brani interessanti e la classe di Blu al microfono è ben tangibile e udibile, solo che ogni tanto fa un effetto strano (o brutto, a seconda dei gusti) sentirlo rappare su ritmi al sapore di 8 bit come nel caso di "SLNGBNGrs" e a volte può capitare che o il beat non sia dei migliori o che semplicemente l'amalgama non si realizzi. A volte, invece, le cose vanno alla grande. L'opening track, ad esempio, è assolutamente uno dei migliori brani di apertura possibili, soprattutto grazie all'apporto di Flying Lotus per quel che riguarda l'aspetto musicale e l'atmosfera al gusto di smarrimento da cannabinoidi è davvero perfetto. E anche quando Samiyam ci regala perle come la traccia in compagnia dei Sa-Ra Creative Partners ("Never Be The Same"), si ha la ragionevole speranza che tutto il disco suoni in quella maniera, per quanto si tratti di sonorità più o meno nuove per Blu e per i suoi aficionados. Sfortunatamente poi capita di trovare dei pezzi assolutamente fuori luogo come la famigerata e rumorosissima "Everything OK", stranamente prodotta da Flying Lotus (è la prima produzione in cui lo sento affrontare ritmiche prossime alla Techno), e le due ottime apparizioni di Daedelus che potrebbero vivere benissimo di vita propria e che, invece, mal si amalgamano con il Rap di Blu (peraltro le due tipe al microfono non sono esattamente delle nuove Jean Grae). Le cose migliori di quest'album vanno ricercate nei pezzi più eleganti e meno rumorosi (si prenda il succitato pezzo in 8 bit), come ad esempio la bellissima "Spring Winter Summer", con un ottimo cantato di Jimetta Rose, e l'altrettanto gradevole "My Sunshine", o anche "And The Jazzmen" e "Ronald Morgan", i cui suoni lasciano davvero poco spazio all'immaginazione per quello che concerne la paternità del tutto. Il resto è di livello leggermente o pesantemente, a seconda dei casi, inferiore. La cosa che più infastidisce è un po' questo chiaroscurotra le varie tracce, oltre che i featuring non sempre indispensabili; non ci sono pezzi imperdibili, ma molti scivoloni (è un termine forte, nessun pezzo è davvero inascoltabile, sto un po' enfatizzando) sono poco perdonabili, soprattutto alla luce dei bei momenti di "NoYork!" (che sono comunque, di pochissimo, in maggioranza rispetto agli altri). Non è un album da avere a tutti i costi e se siete dei fan dell'mc potreste rimanere delusi dalla direzione presa (anche se sembra si tratterà di una tantum, per cui dormite sonni tranquilli!), se invece siete abituati ai suoni più scuri ed improbabili questo disco vi lascerà ugualmente delusi, essendo comunque molto più pacato di quella che si potrebbe definire l'ala estrema dell'Hip-Hop underground. Massimo rispetto per la volontà di esplorare strade diverse da quelle usuali, ma ritengo che la biosfera di Blu sia situata altrove, come egregiamente dimostrato in precedenza. Due righe, infine, sull'edizione: pare che Blu abbia regalato delle copie promozionali di "NoYork!" durante il Rock The Bells, con conseguente diffusione online del tutto; la Warner, che doveva far uscire il disco, l'ha presa un po' maluccio e alla fine l'mc ha dovuto ripiegare sulla New World Color Records, confermando però le quattro cover differenti e il cartonato.
(da Rapmaniacz)

piccola precisazione per i post futuri

Da qui in poi inserirò le recensioni che pubblico anche su altri siti, specificando sempre la provenienza. Ciao a todos!

giovedì 4 ottobre 2012

Alessandro Fiori "Attento a me stesso" (2010)


La fortuna/sfortuna di essere completamente indipendente (c'è un altro aggettivo per esprimere meglio la mia posizione: ignorato) nei confronti di qualsiasi scena musicale emerge in quei rarissimi casi in cui si scopre con tantissimo ritardo un talento che per un motivo o per l'altro hanno invece scoperto tutti gli altri. In questo caso si parla dell'enorme talento di Alessandro Fiori, splendido 35enne aretino, ex voce di un gruppo particolarmente noto ai fan dell'indie italiano, vale a dire i Mariposa. Il mio giudizio sulla band in questione è da sempre ambivalente, diviso tra l'ammirazione per una capacità di suonare indiscutibile e la perplessità di fronte alle eccessive pippe mentali per quello che riguarda la struttura delle varie canzoni (escludendo l'album omonimo, il disco più pop). Dell'esperienza accumulata in quel gruppo, Alessandro si porta dietro un numero di bravissimi musicisti ospiti in questo album (si vedano ad esempio Enrico Gabrielli ed Enzo Cimino, ma anche Marco Parente o il buon Alessandro Stefana) e un immaginario in fase di formazione che qui raggiunge la sua completezza. Che Alessandro abbia tutti gli strumenti per essere un CANTAUTORE con tutte le lettere in maiuscolo è evidente dalla prima straordinaria traccia in cui il lavoro sul testo va ben oltre la stesura di parole adatte alla relativa melodia. C'è tutto un preciso personaggio letterario nelle parole del signor Fiori, distante dalle fotografie realistiche che potrebbero offrire molti degli attuali cantautori, esente da invecchiamento e tuttavia mai abbastanza giovane per essere ingenuo, pensieroso e con lo sguardo alla finestra e sui piedi. Questo nelle prime tre tracce, nella bellissima “Senza le dita” (da ascoltare con il rischio commozione se avete dei particolari trascorsi con Bacco e Venere) e nella finale “Trenino a cherosene”, tutte colpevoli di affossare il resto del disco, composto di buoni brani ma immensamente meno validi come manifestazione del talento dell'autore. Non so se sia una questione di ispirazione o di eccesso di essa (più probabile la seconda cosa), ma in tracce come “Lungomare” e “la Vasca” siamo di fronte a dei bei pezzi che poco o nulla hanno a che fare con l'enorme autore delle altre tracce e ancor di meno con molto del lavoro svolto in compagnia dei Mariposa. Fermo restando che si tratta comunque di brani scritti bene e cantati meglio, è bene specificarlo. Quello che manca ai brani più deboli è sicuramente la dimensione intima offerta dagli altri pezzi, capaci di far venire alla luce tante piccole sfaccettature della creatura “letteraria” che Alessandro ha in qualche modo creato. É l'essenziale che si perde, nel corso della durata del disco, teoricamente troppo breve per annoiare come invece ogni tanto avviene (non succede spesso). Si tratta del lavoro imperfetto di un artista che ha un talento davvero immenso, una voce perfetta per quello che vuole fare (sì, ok, ora vi dico quali echi sono ravvisabili, altrimenti la recensione non vi piace: Gino Paoli e Sergio Endrigo, ma ci arrivavate pure da voi!) e una penna più volte impugnata dalla Musa stessa, perciò mi sento di consigliarvelo, poiché in quella manciata di brani riusciti viene invalidato più di un goffo tentativo di essere cantautori negli ultimi dodici anni. E andate a vederlo dal vivo, perché spacca ed è bello da vedersi!


sabato 28 aprile 2012

Guida simpatica per lettori reppisti


Scrivo queste righe a seguito di una conversazione epistolare leggermente “accesa” (ma assolutamente civile e persino giustificabile, ci tengo a dirlo anche per rispetto dell'altro interlocutore) con un ottimo esponente dell'hip hop italico. Se ho ben capito la posizione del ragazzo con cui ho discusso, io (e con me altre persone) avrei un approccio sbagliato nei confronti di questo genere, tendendo a elucubrazioni eccessive laddove potrei limitarmi a un semplice ascolto. Sto interpretando, non mi sono state rivolte queste esatte parole, perciò mettete in conto che possa anche aver travisato tutto. In ogni caso, questa stimolante controversia mi ha fatto riflettere parecchio e penso che sia giusto “difendermi” da delle perplessità che potrebbero, giustamente, avere in moltissimi, leggendo le mie recensioni qui o sui siti coi quali collaboro. Vorrei semplicemente chiarire che NON sono un critico nella stessa misura in cui non lo è praticamente nessuno della mia generazione, visto che non è che ci siano scuole apposite per recensire con cognizione di causa (se ci fossero le farei subito), e le persone che potrebbero parlare per esperienza diretta devono badare alla famiglia o semplicemente non hanno la minima voglia di mettersi a scrivere di musica (o la possibilità, penso all'esperimento Superfly e a persone come David Nerattini, che da sempre ha il massimo della mia stima). Mi limito a esprimere PARERI personali, e a cercare di argomentarli partendo dalla mia personale concezione di musica, che non ha nulla a che vedere con le quattro discipline e con una militanza nell'underground o nel circuito dei centri sociali. Sono un ascoltatore di musica che ha scelto di porsi in maniera neutra nei confronti di un genere come l'hip hop ignorando tutto quello che ha a che fare con la scena (ci sono stato dentro fino ad almeno quattro anni fa, per poi optare per un allontanamento più o meno drastico), da circa quattro anni, e preferisco basarmi su dati oggettivi piuttosto che su giustificazioni idiote come “ rappresenta il vero hip hop” e via dicendo. So che può sembrare una contraddizione parlare di oggettività in un ambito governato dal soggettivo come quello delle recensioni, ma giudicare un disco rap come si giudicherebbe un qualsiasi altro disco è secondo me il modo migliore per fare sì che questo genere venga finalmente rispettato e non trattato nella maniera becera come l'Italia televisiva sta facendo da anni (e non me la sto prendendo con Spit, o per lo meno non più di quanto potrei prendermela con i due contest più famosi in Italia in questi ultimi dieci anni). Perciò se di un disco mi interessano più le idee innovative, il tipo di suono, la produzione artistica e il concept artistico, che non invece gli aspetti storici della cultura, nessuno si arrabbi; perchè quello è il minimo sindacale per essere considerati artisti e non semplici rappers. Credete che i Beastie Boys, o Pete Rock, o gli ATCQ non abbiano tutto questo? O anche il Wu Tang (se non c'è un concept lì, dove?) o i Cypress hill. Non si tratta solo di una serie di negroni o ispanici con la fedina penale sporca che hanno trovato salvezza droppando rime e chiudendo barre, ma di ARTISTI. Eminem è (o è stato) un artista, per quanto vi faccia schifo, e questo lo rende più interessante di uno qualsiasi di quei rappers italiani che nella migliore delle ipotesi lanciano proclami contro il premier corrotto o parlano della loro vita durissima nei quartieri, ben guardandosi dal creare qualcosa di unico e personale. Il mio tentativo è quello di parlare di un genere senza avere dei filtri stupidi come il “rispetto” (leggi: timore) nei confronti di questo o quell'esponente, concentrandomi su una scala di valori che è quella che mi sembra valere per gli altri generi. Perciò mettetevi il cuore in pace e non arrabbiatevi se vi sembra che mi manchi questo o quel fondamentale per esprimere un giudizio, non ho intenzione di scrivere per i b boys, auspico che il genere assurga alla dignità che gli spetta, e che possa essere trattato con la grammatica propria di una recensione esterna alla scena. Se la cosa vi lascia perplessi resto a vostra disposizione, la mia mail è kafkianolifestyle@gmail.com , ma consideratevi avvisati da questo post: il mio approccio è quello sopra descritto. A presto.

Ps: stessa cosa per i film che recensirò qui, sono un dilettante e un velleitario, scrivo di quello che mi piace e se vi capita di leggerlo mi fa piacere, sicuramente non vi romperò le scatole postandovelo su facebook, voi non prendetevi male se non dimostro una conoscenza enciclopedica del meraviglioso cinema italiano del 1947)

venerdì 30 marzo 2012

il mio grande ritorno sulla scena dei bloggers: MariaAntonietta, il disco di MariaAntonietta. yo!

Maria Antonietta è, o dovrebbe essere, la ragazza di un ragazzo che conosco. É anche una tizia che non mi ha voluto mettere “Kooks” di David Bowie (che era la nostra canzone quando c'avevo la ragazzetta ed ero bello in quanto magro) durante una specie di digei set prima di un concerto di quello che poi sarebbe diventato il ragazzo. Il che la rende o una santa o una stronza, a seconda dei punti di vista, ma diciamo che mi ha salvato la vita, a suo modo, quella sera. Quindi bella per Maria Antonietta e per la sua maglietta col cuore sulla mela grande (mi piace ricordarla così). Oltre a queste cose, però, la Leti (si chiama Letizia, come la qualità) di Fano (o di Pesaro, boh!) è anche una fottuta rock singer con litri di sangue e non so bene quanti anni di preciso (sto cercando di ricordare a memoria il suo comunicato stampa, o quello che è), che ha fatto delle robe prima in un duo dal nome ambiguo (non ho mai capito se Polsi Giovani abbia qualche riferimento onanistico, chissà!) e poi da sola in inglese. E poi eccola che arriva qui, pimpante come la rossa Pippi dalle lunghe calze, armata di occhiali da sole e lentiggini, con un disco nella lingua dei suoi genitori, amici, conoscenti, parenti, nemici, noi. Da quello che mi hanno detto il disco in inglese era una figata e questo dovrebbe essere quello commerciale, ma non so se crederci, però non ho modo di saperlo, visto che il disco in inglese non mi sono preoccupato di comprarmelo (sono una merda, lo so). Io posso dire una cosa: MariaAntonietta è molto brava nel gestire sé stessa e il suo personaggio (non so sia gestita o se si gestisca, a dire il vero), il concept è chiaro e declamato in tutte le sue sfaccettature nel corso del suo primo album italico, con tanto di rischio ridondanza costantemente sulla propria testa. Quanto ci sia di costruito e quanto ci sia di assolutamente autentico non sta a me dirlo, ma devo dire che dal punto di vista del mercato funziona. A patto che abbiate una cinquina di anni meno di lei e circa dieci meno di me, però. E che non odiate il maledettismo. Non c'è nulla di male in questo "calcolo" da parte sua, se si fa una cosa per lavoro la si fa guardando anche al proprio target, non sarò io a deprecare la Leti per questo. Il punto è un altro: i versi di MariaAntonietta, la sua voce, la sua musica, al di là di essere un ottimo strumento di marketing, sono qualcosa di davvero ragguardevole? É abbastanza difficile rispondere a queste domande, più che altro per problemi legati alla mia onestà intellettuale, fare cioè in modo che la mia naturale antipatia di stampo misogino non inquini il mio giudizio. Partiamo dai testi: "MariaAntonietta" per la maggior parte delle tracce mi irrita fortemente, ma se fossi una persona che deve avere a che fare con un disagio psicofisico che si presenta puntualmente ogni mese probabilmente potrei persino apprezzare questo album. Perchè è pieno di quella fastidiosa irrazionalità tipica di certi personaggi femminili, ha dei bei modelli femministi e dice con disinvoltura la parola “scopare” (suppongo sia una sorta di rivendicazione, ma non so di cosa), parla di questioni di cazzo (o di amore, fate voi) come se fossero fondamentali e si permette tutta una serie di stupidate (in senso buono) che se le facessi io verrei presi a calci nel culo fino a Marte. La musica fa il suo onesto dovere senza particolari picchi e/o rischi di sorta, gli arrangiamenti sono azzeccati (non ho capito bene se li abbia curati il buon Damiano Simoncini oppure no) e funzionano, nonostante il tutto sia, io credo, consapevolmente in ritardo di una quindicina di anni sul resto del mondo della musica (sembra essere diventato il modo più semplice per risultare originali, paradosso notevole), ammicando alla signora Amore in Cobain (ecco lei sì che mi sta sulle palle) e Pigei varie. La voce è iritante, ma è tutto voluto, sono scelte artistiche, non è che canti così perchè è stonata, o almeno non credo. Per farla breve, anche per ragioni meramente anagrafiche questo album NON è il disco della maturità, ma è il segnale chiaro e forte del fatto che a Letizia non manca quello che molti artisti oggettivamente più bravi di lei non hanno ancora trovato: un concept di base. Sfortunatamente questo concept è anche la croce di “MariaAntonietta”, il disco intendo, perchè una volta assorbito quello resta davvero ben poco di tutto il resto. Se dovessimo fare una cernita di tracce vi direi che quelle da evitare sono il singolone (non me ne voglia nessuno, ma è proprio insopportabile) e “Maria Maddalena”, mentre le prime tre tracce e l'ultima sono quasi delle piccole perle (specie l'opening track), i pezzi più pop sono trascurabili mentre quelli “punk” sono simpatici. Avrei voluto meno ketchup e più sangue vero e proprio, da questo album, e un po' meno di “io” che fa rima con “mio”, meno autoreferenzialità, per essere più chiari. Complimenti per la personalità artistica ma la mautrità è ancora un po' lontana. Ah un'altra cosa: le interviste. Sono quelle che rovinano un personaggio in fondo delizioso, ripartirei da lì per conquistare i pochi che proprio non la digeriscono :-)

domenica 13 novembre 2011

Robot Koch and John Robinson "Robot Robinson" (e anche: eccomi qua, vi sono mancato?)





Premessa: se non ho scritto qui per un sacco di tempo era perché non mi andava, se vi sono mancato eccomi qua, se non vi sono mancato eccomi qua, più simpatico che mai. Fine della premessa. Parliamo di un disco rap, introducendo l'argomento rap. Il rap è un tizio che rappa, cioè parla su un ritmo, di solito in quattro quarti, ma quelli fighi dei quattro quarti se ne fregano e fanno il cazzo che vogliono, e la gente figa strippa per questi. Fine della parentesi didattica. Il disco rap di questa recensione è un disco poco rap, ma anche molto rap, perchè le basi sono strane per essere quelle di un disco rap, ma il rap è molto rap, che però suona strano su di un disco che ha basi che non sono poi così tanto rap. Oddio, non so se sono stato molto chiaro, ma spero di sì. Comunque, avete presente tutti i progetti come Artificial Kid (è un esempio italiano, per dare un'idea, e comunque no, quel disco non mi è proprio piaciuto, e lo sottoscrivo) e roba del genere? Ecco, questo disco è meglio, con tutto il rispetto per gli artisti in questione, che sono in buona fede e rappresentano il vero. Il punto è che ogni volta che si vuole parlare del futuro si tirano in ballo le matusalemmiche nozioni di Sistema e Grande Fratello (orwelliano of course, ma sarebbe più utile parlare di quello endemolico, il post moderno ha più senso della presunta avanguardia, a mio modestissimo parere), o di NWO (non sono un gruppo gangsta rap, è il Nuovo Ordine Mondiale, quello che in pratica ci renderà schiavi di Jabba the Hutt o del Diavolo in persona, mentre Elvis aspetta di risorgere insieme all'esercito dei morti famosi comandato dal Colonnello Morrison, che sarà più o meno nel 2012 quando i poli si invertiranno e avremmo un governo di cui non vegognarci) e i suoni sono quasi sempre fichissimi, distorti, apocalittici e bla e bla. Insomma, onestamente: che due palle. Con questo disco invece i signori in questione riescono persino a farci muovere il sedere e, malgrado l'atmosfera Bladerunneriana aleggi sul tutto, più di una rima riesce a divertire enormemente per il suo essere nerd e teledipendente (nonostante la mia pippaggine con l'inglese mi è parso di cogliere riferimenti al buon Marty Mc Fly e persino all'icona eighties Lion'O, per il mio personale piacere!), evitando la trappola dell'apocalittico. Grande personalità è dunque il principale pregio di questo album, che sulla carta potrebbe apparire come il più improbabile dei progetti, viste le enormi distanze (non solo geografiche) che separano i due artisti: un produttore tedeschissimo da una parte, tale Robot Koch (già produttore di un eccellente disco chiamato The Tape VS RQM, in compagnia del polacco/americano RQM), e dall'altra il veterano statunitense John Robinson, noto anche come Lil' Sci, metà dei celebrati Scienz of Life, al suo secondo incontro con l'etichetta Project Mooncircle (che vi consiglio di tenere d'occhio). Mi preme dire che nonostante si possa pensare subito a categorie come dubstep (ma sono l'unico a trovare questo genere palloso e inutile?) ed elettronica varia, il disco è hip hop nella più squisita delle accezioni, astratto forse, ma innegabilmente hip hop (più del succitato progetto The Tape VS RQM), anche per andare incontro alle esigenze dell'ottimo Mister Robinson, che dimostra una gran tecnica (specialmente sono da notare le pause, che spesso distinguono un buon mc da uno scarso) ma non stravolge nessun canone della scrittura tipica del genere (non lo sto sminuendo, eh, anzi, credo che abbia trovato una formula che non potrebbe essere più perfetta), “limitandosi” a fare del gran rap senza cadere nemmeno un secondo di tono. É un disco, questo, che ha il pregio della misura e non esagera mai, i synth e i suoni non hanno mai un ruolo invasivo e il rap da parte sua non fa mai finire in secondo piano le soluzioni studiate dal bravo produttore tedesco, che riesce a dare il suo meglio in pezzi come “Keep on dancing” e la divertente “Smorgasbord”, i pezzi più “danzerecci” del disco. Non sarà forse il disco della rottura definitiva con l'hip hop tradizionale, come potrebbero essere stati a suo tempo un Cold Vein o un Tragic Epilogue, ma per lo meno non ha quella pretesa e non ricalca una strada già arcibattuta e arciconsumata (asfaltiamola, signor Presidente!), anzi, si spera che possa offrire lo spunto per tutti quegli artisti insoddisfatti del tradizionale boom bap che si accontentano di fare cose strane senza preoccuparsi della loro qualità. Robot is the future, non so se sia vero, ma sicuramente contribuiscono a guardare un po' più in là senza dimenticare gli innocenti ascoltatori, me compreso.

Ps: ho notato che se non si nominano almeno mille gruppi che non c'entrano un cazzo con la recensione vuol dire che il recensore è una merda, quindi ora vi sgancio un po' di nomi per fare il figo, ricordatevi che il mio contatto è sempre quello se volete darmi i props (yo):

Deltron 3030 (l'atmosfera e l'approccio “solare”), i dischi precedenti di Robot Koch (non The Tape vs RQM, per quanto sia una figata), Fantastic Damage di El P (fa sempre bene ascoltarlo ed è forse il disco futuristico per eccellenza), Giorgio Moroder (non c'entra un cazzo ma fa figo, e poi spacca), Flying Lotus, Dabrye, Prefuse 73 (quello meno strano, quindi non l'ultimo, il cui disco è una grandissima rottura di coglioni), King Geedorah (non so quali siano i rapporti di Lil' Sci con il signor Dumile ma ci sono molte cose in comune tra i due, avrei visto bene il signor Robinson su un pezzo del suddetto disco), Beans (Shock City Maverick è il disco che vi consiglio). E basta. Ah, anche Grillo, o gli Apes on Tapes, o Digi D'alessio, che sono dei ragazzi Italiani (non fanno parte del gurppo I RAGAZZI ITALIANI, sono dei ragazzi e sono italiani, anche se hanno tutti circa 30 anni, come me), muy talentuosi, oltre che di bell'aspetto, come me.