sabato 6 ottobre 2012
Braille - Native Lungs (2011)
(da Rapmaniacz)
BLU - No York! (2011)
(da Rapmaniacz)
piccola precisazione per i post futuri
giovedì 4 ottobre 2012
Alessandro Fiori "Attento a me stesso" (2010)
La fortuna/sfortuna di essere completamente indipendente (c'è un altro aggettivo per esprimere meglio la mia posizione: ignorato) nei confronti di qualsiasi scena musicale emerge in quei rarissimi casi in cui si scopre con tantissimo ritardo un talento che per un motivo o per l'altro hanno invece scoperto tutti gli altri. In questo caso si parla dell'enorme talento di Alessandro Fiori, splendido 35enne aretino, ex voce di un gruppo particolarmente noto ai fan dell'indie italiano, vale a dire i Mariposa. Il mio giudizio sulla band in questione è da sempre ambivalente, diviso tra l'ammirazione per una capacità di suonare indiscutibile e la perplessità di fronte alle eccessive pippe mentali per quello che riguarda la struttura delle varie canzoni (escludendo l'album omonimo, il disco più pop). Dell'esperienza accumulata in quel gruppo, Alessandro si porta dietro un numero di bravissimi musicisti ospiti in questo album (si vedano ad esempio Enrico Gabrielli ed Enzo Cimino, ma anche Marco Parente o il buon Alessandro Stefana) e un immaginario in fase di formazione che qui raggiunge la sua completezza. Che Alessandro abbia tutti gli strumenti per essere un CANTAUTORE con tutte le lettere in maiuscolo è evidente dalla prima straordinaria traccia in cui il lavoro sul testo va ben oltre la stesura di parole adatte alla relativa melodia. C'è tutto un preciso personaggio letterario nelle parole del signor Fiori, distante dalle fotografie realistiche che potrebbero offrire molti degli attuali cantautori, esente da invecchiamento e tuttavia mai abbastanza giovane per essere ingenuo, pensieroso e con lo sguardo alla finestra e sui piedi. Questo nelle prime tre tracce, nella bellissima “Senza le dita” (da ascoltare con il rischio commozione se avete dei particolari trascorsi con Bacco e Venere) e nella finale “Trenino a cherosene”, tutte colpevoli di affossare il resto del disco, composto di buoni brani ma immensamente meno validi come manifestazione del talento dell'autore. Non so se sia una questione di ispirazione o di eccesso di essa (più probabile la seconda cosa), ma in tracce come “Lungomare” e “la Vasca” siamo di fronte a dei bei pezzi che poco o nulla hanno a che fare con l'enorme autore delle altre tracce e ancor di meno con molto del lavoro svolto in compagnia dei Mariposa. Fermo restando che si tratta comunque di brani scritti bene e cantati meglio, è bene specificarlo. Quello che manca ai brani più deboli è sicuramente la dimensione intima offerta dagli altri pezzi, capaci di far venire alla luce tante piccole sfaccettature della creatura “letteraria” che Alessandro ha in qualche modo creato. É l'essenziale che si perde, nel corso della durata del disco, teoricamente troppo breve per annoiare come invece ogni tanto avviene (non succede spesso). Si tratta del lavoro imperfetto di un artista che ha un talento davvero immenso, una voce perfetta per quello che vuole fare (sì, ok, ora vi dico quali echi sono ravvisabili, altrimenti la recensione non vi piace: Gino Paoli e Sergio Endrigo, ma ci arrivavate pure da voi!) e una penna più volte impugnata dalla Musa stessa, perciò mi sento di consigliarvelo, poiché in quella manciata di brani riusciti viene invalidato più di un goffo tentativo di essere cantautori negli ultimi dodici anni. E andate a vederlo dal vivo, perché spacca ed è bello da vedersi!
sabato 28 aprile 2012
Guida simpatica per lettori reppisti
venerdì 30 marzo 2012
il mio grande ritorno sulla scena dei bloggers: MariaAntonietta, il disco di MariaAntonietta. yo!
Maria Antonietta è, o dovrebbe essere, la ragazza di un ragazzo che conosco. É anche una tizia che non mi ha voluto mettere “Kooks” di David Bowie (che era la nostra canzone quando c'avevo la ragazzetta ed ero bello in quanto magro) durante una specie di digei set prima di un concerto di quello che poi sarebbe diventato il ragazzo. Il che la rende o una santa o una stronza, a seconda dei punti di vista, ma diciamo che mi ha salvato la vita, a suo modo, quella sera. Quindi bella per Maria Antonietta e per la sua maglietta col cuore sulla mela grande (mi piace ricordarla così). Oltre a queste cose, però, la Leti (si chiama Letizia, come la qualità) di Fano (o di Pesaro, boh!) è anche una fottuta rock singer con litri di sangue e non so bene quanti anni di preciso (sto cercando di ricordare a memoria il suo comunicato stampa, o quello che è), che ha fatto delle robe prima in un duo dal nome ambiguo (non ho mai capito se Polsi Giovani abbia qualche riferimento onanistico, chissà!) e poi da sola in inglese. E poi eccola che arriva qui, pimpante come la rossa Pippi dalle lunghe calze, armata di occhiali da sole e lentiggini, con un disco nella lingua dei suoi genitori, amici, conoscenti, parenti, nemici, noi. Da quello che mi hanno detto il disco in inglese era una figata e questo dovrebbe essere quello commerciale, ma non so se crederci, però non ho modo di saperlo, visto che il disco in inglese non mi sono preoccupato di comprarmelo (sono una merda, lo so). Io posso dire una cosa: MariaAntonietta è molto brava nel gestire sé stessa e il suo personaggio (non so sia gestita o se si gestisca, a dire il vero), il concept è chiaro e declamato in tutte le sue sfaccettature nel corso del suo primo album italico, con tanto di rischio ridondanza costantemente sulla propria testa. Quanto ci sia di costruito e quanto ci sia di assolutamente autentico non sta a me dirlo, ma devo dire che dal punto di vista del mercato funziona. A patto che abbiate una cinquina di anni meno di lei e circa dieci meno di me, però. E che non odiate il maledettismo. Non c'è nulla di male in questo "calcolo" da parte sua, se si fa una cosa per lavoro la si fa guardando anche al proprio target, non sarò io a deprecare la Leti per questo. Il punto è un altro: i versi di MariaAntonietta, la sua voce, la sua musica, al di là di essere un ottimo strumento di marketing, sono qualcosa di davvero ragguardevole? É abbastanza difficile rispondere a queste domande, più che altro per problemi legati alla mia onestà intellettuale, fare cioè in modo che la mia naturale antipatia di stampo misogino non inquini il mio giudizio. Partiamo dai testi: "MariaAntonietta" per la maggior parte delle tracce mi irrita fortemente, ma se fossi una persona che deve avere a che fare con un disagio psicofisico che si presenta puntualmente ogni mese probabilmente potrei persino apprezzare questo album. Perchè è pieno di quella fastidiosa irrazionalità tipica di certi personaggi femminili, ha dei bei modelli femministi e dice con disinvoltura la parola “scopare” (suppongo sia una sorta di rivendicazione, ma non so di cosa), parla di questioni di cazzo (o di amore, fate voi) come se fossero fondamentali e si permette tutta una serie di stupidate (in senso buono) che se le facessi io verrei presi a calci nel culo fino a Marte. La musica fa il suo onesto dovere senza particolari picchi e/o rischi di sorta, gli arrangiamenti sono azzeccati (non ho capito bene se li abbia curati il buon Damiano Simoncini oppure no) e funzionano, nonostante il tutto sia, io credo, consapevolmente in ritardo di una quindicina di anni sul resto del mondo della musica (sembra essere diventato il modo più semplice per risultare originali, paradosso notevole), ammicando alla signora Amore in Cobain (ecco lei sì che mi sta sulle palle) e Pigei varie. La voce è iritante, ma è tutto voluto, sono scelte artistiche, non è che canti così perchè è stonata, o almeno non credo. Per farla breve, anche per ragioni meramente anagrafiche questo album NON è il disco della maturità, ma è il segnale chiaro e forte del fatto che a Letizia non manca quello che molti artisti oggettivamente più bravi di lei non hanno ancora trovato: un concept di base. Sfortunatamente questo concept è anche la croce di “MariaAntonietta”, il disco intendo, perchè una volta assorbito quello resta davvero ben poco di tutto il resto. Se dovessimo fare una cernita di tracce vi direi che quelle da evitare sono il singolone (non me ne voglia nessuno, ma è proprio insopportabile) e “Maria Maddalena”, mentre le prime tre tracce e l'ultima sono quasi delle piccole perle (specie l'opening track), i pezzi più pop sono trascurabili mentre quelli “punk” sono simpatici. Avrei voluto meno ketchup e più sangue vero e proprio, da questo album, e un po' meno di “io” che fa rima con “mio”, meno autoreferenzialità, per essere più chiari. Complimenti per la personalità artistica ma la mautrità è ancora un po' lontana. Ah un'altra cosa: le interviste. Sono quelle che rovinano un personaggio in fondo delizioso, ripartirei da lì per conquistare i pochi che proprio non la digeriscono :-)
domenica 13 novembre 2011
Robot Koch and John Robinson "Robot Robinson" (e anche: eccomi qua, vi sono mancato?)
Premessa: se non ho scritto qui per un sacco di tempo era perché non mi andava, se vi sono mancato eccomi qua, se non vi sono mancato eccomi qua, più simpatico che mai. Fine della premessa. Parliamo di un disco rap, introducendo l'argomento rap. Il rap è un tizio che rappa, cioè parla su un ritmo, di solito in quattro quarti, ma quelli fighi dei quattro quarti se ne fregano e fanno il cazzo che vogliono, e la gente figa strippa per questi. Fine della parentesi didattica. Il disco rap di questa recensione è un disco poco rap, ma anche molto rap, perchè le basi sono strane per essere quelle di un disco rap, ma il rap è molto rap, che però suona strano su di un disco che ha basi che non sono poi così tanto rap. Oddio, non so se sono stato molto chiaro, ma spero di sì. Comunque, avete presente tutti i progetti come Artificial Kid (è un esempio italiano, per dare un'idea, e comunque no, quel disco non mi è proprio piaciuto, e lo sottoscrivo) e roba del genere? Ecco, questo disco è meglio, con tutto il rispetto per gli artisti in questione, che sono in buona fede e rappresentano il vero. Il punto è che ogni volta che si vuole parlare del futuro si tirano in ballo le matusalemmiche nozioni di Sistema e Grande Fratello (orwelliano of course, ma sarebbe più utile parlare di quello endemolico, il post moderno ha più senso della presunta avanguardia, a mio modestissimo parere), o di NWO (non sono un gruppo gangsta rap, è il Nuovo Ordine Mondiale, quello che in pratica ci renderà schiavi di Jabba the Hutt o del Diavolo in persona, mentre Elvis aspetta di risorgere insieme all'esercito dei morti famosi comandato dal Colonnello Morrison, che sarà più o meno nel 2012 quando i poli si invertiranno e avremmo un governo di cui non vegognarci) e i suoni sono quasi sempre fichissimi, distorti, apocalittici e bla e bla. Insomma, onestamente: che due palle. Con questo disco invece i signori in questione riescono persino a farci muovere il sedere e, malgrado l'atmosfera Bladerunneriana aleggi sul tutto, più di una rima riesce a divertire enormemente per il suo essere nerd e teledipendente (nonostante la mia pippaggine con l'inglese mi è parso di cogliere riferimenti al buon Marty Mc Fly e persino all'icona eighties Lion'O, per il mio personale piacere!), evitando la trappola dell'apocalittico. Grande personalità è dunque il principale pregio di questo album, che sulla carta potrebbe apparire come il più improbabile dei progetti, viste le enormi distanze (non solo geografiche) che separano i due artisti: un produttore tedeschissimo da una parte, tale Robot Koch (già produttore di un eccellente disco chiamato The Tape VS RQM, in compagnia del polacco/americano RQM), e dall'altra il veterano statunitense John Robinson, noto anche come Lil' Sci, metà dei celebrati Scienz of Life, al suo secondo incontro con l'etichetta Project Mooncircle (che vi consiglio di tenere d'occhio). Mi preme dire che nonostante si possa pensare subito a categorie come dubstep (ma sono l'unico a trovare questo genere palloso e inutile?) ed elettronica varia, il disco è hip hop nella più squisita delle accezioni, astratto forse, ma innegabilmente hip hop (più del succitato progetto The Tape VS RQM), anche per andare incontro alle esigenze dell'ottimo Mister Robinson, che dimostra una gran tecnica (specialmente sono da notare le pause, che spesso distinguono un buon mc da uno scarso) ma non stravolge nessun canone della scrittura tipica del genere (non lo sto sminuendo, eh, anzi, credo che abbia trovato una formula che non potrebbe essere più perfetta), “limitandosi” a fare del gran rap senza cadere nemmeno un secondo di tono. É un disco, questo, che ha il pregio della misura e non esagera mai, i synth e i suoni non hanno mai un ruolo invasivo e il rap da parte sua non fa mai finire in secondo piano le soluzioni studiate dal bravo produttore tedesco, che riesce a dare il suo meglio in pezzi come “Keep on dancing” e la divertente “Smorgasbord”, i pezzi più “danzerecci” del disco. Non sarà forse il disco della rottura definitiva con l'hip hop tradizionale, come potrebbero essere stati a suo tempo un Cold Vein o un Tragic Epilogue, ma per lo meno non ha quella pretesa e non ricalca una strada già arcibattuta e arciconsumata (asfaltiamola, signor Presidente!), anzi, si spera che possa offrire lo spunto per tutti quegli artisti insoddisfatti del tradizionale boom bap che si accontentano di fare cose strane senza preoccuparsi della loro qualità. Robot is the future, non so se sia vero, ma sicuramente contribuiscono a guardare un po' più in là senza dimenticare gli innocenti ascoltatori, me compreso.
Ps: ho notato che se non si nominano almeno mille gruppi che non c'entrano un cazzo con la recensione vuol dire che il recensore è una merda, quindi ora vi sgancio un po' di nomi per fare il figo, ricordatevi che il mio contatto è sempre quello se volete darmi i props (yo):
Deltron 3030 (l'atmosfera e l'approccio “solare”), i dischi precedenti di Robot Koch (non The Tape vs RQM, per quanto sia una figata), Fantastic Damage di El P (fa sempre bene ascoltarlo ed è forse il disco futuristico per eccellenza), Giorgio Moroder (non c'entra un cazzo ma fa figo, e poi spacca), Flying Lotus, Dabrye, Prefuse 73 (quello meno strano, quindi non l'ultimo, il cui disco è una grandissima rottura di coglioni), King Geedorah (non so quali siano i rapporti di Lil' Sci con il signor Dumile ma ci sono molte cose in comune tra i due, avrei visto bene il signor Robinson su un pezzo del suddetto disco), Beans (Shock City Maverick è il disco che vi consiglio). E basta. Ah, anche Grillo, o gli Apes on Tapes, o Digi D'alessio, che sono dei ragazzi Italiani (non fanno parte del gurppo I RAGAZZI ITALIANI, sono dei ragazzi e sono italiani, anche se hanno tutti circa 30 anni, come me), muy talentuosi, oltre che di bell'aspetto, come me.
