giovedì 4 ottobre 2012

Alessandro Fiori "Attento a me stesso" (2010)


La fortuna/sfortuna di essere completamente indipendente (c'è un altro aggettivo per esprimere meglio la mia posizione: ignorato) nei confronti di qualsiasi scena musicale emerge in quei rarissimi casi in cui si scopre con tantissimo ritardo un talento che per un motivo o per l'altro hanno invece scoperto tutti gli altri. In questo caso si parla dell'enorme talento di Alessandro Fiori, splendido 35enne aretino, ex voce di un gruppo particolarmente noto ai fan dell'indie italiano, vale a dire i Mariposa. Il mio giudizio sulla band in questione è da sempre ambivalente, diviso tra l'ammirazione per una capacità di suonare indiscutibile e la perplessità di fronte alle eccessive pippe mentali per quello che riguarda la struttura delle varie canzoni (escludendo l'album omonimo, il disco più pop). Dell'esperienza accumulata in quel gruppo, Alessandro si porta dietro un numero di bravissimi musicisti ospiti in questo album (si vedano ad esempio Enrico Gabrielli ed Enzo Cimino, ma anche Marco Parente o il buon Alessandro Stefana) e un immaginario in fase di formazione che qui raggiunge la sua completezza. Che Alessandro abbia tutti gli strumenti per essere un CANTAUTORE con tutte le lettere in maiuscolo è evidente dalla prima straordinaria traccia in cui il lavoro sul testo va ben oltre la stesura di parole adatte alla relativa melodia. C'è tutto un preciso personaggio letterario nelle parole del signor Fiori, distante dalle fotografie realistiche che potrebbero offrire molti degli attuali cantautori, esente da invecchiamento e tuttavia mai abbastanza giovane per essere ingenuo, pensieroso e con lo sguardo alla finestra e sui piedi. Questo nelle prime tre tracce, nella bellissima “Senza le dita” (da ascoltare con il rischio commozione se avete dei particolari trascorsi con Bacco e Venere) e nella finale “Trenino a cherosene”, tutte colpevoli di affossare il resto del disco, composto di buoni brani ma immensamente meno validi come manifestazione del talento dell'autore. Non so se sia una questione di ispirazione o di eccesso di essa (più probabile la seconda cosa), ma in tracce come “Lungomare” e “la Vasca” siamo di fronte a dei bei pezzi che poco o nulla hanno a che fare con l'enorme autore delle altre tracce e ancor di meno con molto del lavoro svolto in compagnia dei Mariposa. Fermo restando che si tratta comunque di brani scritti bene e cantati meglio, è bene specificarlo. Quello che manca ai brani più deboli è sicuramente la dimensione intima offerta dagli altri pezzi, capaci di far venire alla luce tante piccole sfaccettature della creatura “letteraria” che Alessandro ha in qualche modo creato. É l'essenziale che si perde, nel corso della durata del disco, teoricamente troppo breve per annoiare come invece ogni tanto avviene (non succede spesso). Si tratta del lavoro imperfetto di un artista che ha un talento davvero immenso, una voce perfetta per quello che vuole fare (sì, ok, ora vi dico quali echi sono ravvisabili, altrimenti la recensione non vi piace: Gino Paoli e Sergio Endrigo, ma ci arrivavate pure da voi!) e una penna più volte impugnata dalla Musa stessa, perciò mi sento di consigliarvelo, poiché in quella manciata di brani riusciti viene invalidato più di un goffo tentativo di essere cantautori negli ultimi dodici anni. E andate a vederlo dal vivo, perché spacca ed è bello da vedersi!


sabato 28 aprile 2012

Guida simpatica per lettori reppisti


Scrivo queste righe a seguito di una conversazione epistolare leggermente “accesa” (ma assolutamente civile e persino giustificabile, ci tengo a dirlo anche per rispetto dell'altro interlocutore) con un ottimo esponente dell'hip hop italico. Se ho ben capito la posizione del ragazzo con cui ho discusso, io (e con me altre persone) avrei un approccio sbagliato nei confronti di questo genere, tendendo a elucubrazioni eccessive laddove potrei limitarmi a un semplice ascolto. Sto interpretando, non mi sono state rivolte queste esatte parole, perciò mettete in conto che possa anche aver travisato tutto. In ogni caso, questa stimolante controversia mi ha fatto riflettere parecchio e penso che sia giusto “difendermi” da delle perplessità che potrebbero, giustamente, avere in moltissimi, leggendo le mie recensioni qui o sui siti coi quali collaboro. Vorrei semplicemente chiarire che NON sono un critico nella stessa misura in cui non lo è praticamente nessuno della mia generazione, visto che non è che ci siano scuole apposite per recensire con cognizione di causa (se ci fossero le farei subito), e le persone che potrebbero parlare per esperienza diretta devono badare alla famiglia o semplicemente non hanno la minima voglia di mettersi a scrivere di musica (o la possibilità, penso all'esperimento Superfly e a persone come David Nerattini, che da sempre ha il massimo della mia stima). Mi limito a esprimere PARERI personali, e a cercare di argomentarli partendo dalla mia personale concezione di musica, che non ha nulla a che vedere con le quattro discipline e con una militanza nell'underground o nel circuito dei centri sociali. Sono un ascoltatore di musica che ha scelto di porsi in maniera neutra nei confronti di un genere come l'hip hop ignorando tutto quello che ha a che fare con la scena (ci sono stato dentro fino ad almeno quattro anni fa, per poi optare per un allontanamento più o meno drastico), da circa quattro anni, e preferisco basarmi su dati oggettivi piuttosto che su giustificazioni idiote come “ rappresenta il vero hip hop” e via dicendo. So che può sembrare una contraddizione parlare di oggettività in un ambito governato dal soggettivo come quello delle recensioni, ma giudicare un disco rap come si giudicherebbe un qualsiasi altro disco è secondo me il modo migliore per fare sì che questo genere venga finalmente rispettato e non trattato nella maniera becera come l'Italia televisiva sta facendo da anni (e non me la sto prendendo con Spit, o per lo meno non più di quanto potrei prendermela con i due contest più famosi in Italia in questi ultimi dieci anni). Perciò se di un disco mi interessano più le idee innovative, il tipo di suono, la produzione artistica e il concept artistico, che non invece gli aspetti storici della cultura, nessuno si arrabbi; perchè quello è il minimo sindacale per essere considerati artisti e non semplici rappers. Credete che i Beastie Boys, o Pete Rock, o gli ATCQ non abbiano tutto questo? O anche il Wu Tang (se non c'è un concept lì, dove?) o i Cypress hill. Non si tratta solo di una serie di negroni o ispanici con la fedina penale sporca che hanno trovato salvezza droppando rime e chiudendo barre, ma di ARTISTI. Eminem è (o è stato) un artista, per quanto vi faccia schifo, e questo lo rende più interessante di uno qualsiasi di quei rappers italiani che nella migliore delle ipotesi lanciano proclami contro il premier corrotto o parlano della loro vita durissima nei quartieri, ben guardandosi dal creare qualcosa di unico e personale. Il mio tentativo è quello di parlare di un genere senza avere dei filtri stupidi come il “rispetto” (leggi: timore) nei confronti di questo o quell'esponente, concentrandomi su una scala di valori che è quella che mi sembra valere per gli altri generi. Perciò mettetevi il cuore in pace e non arrabbiatevi se vi sembra che mi manchi questo o quel fondamentale per esprimere un giudizio, non ho intenzione di scrivere per i b boys, auspico che il genere assurga alla dignità che gli spetta, e che possa essere trattato con la grammatica propria di una recensione esterna alla scena. Se la cosa vi lascia perplessi resto a vostra disposizione, la mia mail è kafkianolifestyle@gmail.com , ma consideratevi avvisati da questo post: il mio approccio è quello sopra descritto. A presto.

Ps: stessa cosa per i film che recensirò qui, sono un dilettante e un velleitario, scrivo di quello che mi piace e se vi capita di leggerlo mi fa piacere, sicuramente non vi romperò le scatole postandovelo su facebook, voi non prendetevi male se non dimostro una conoscenza enciclopedica del meraviglioso cinema italiano del 1947)

venerdì 30 marzo 2012

il mio grande ritorno sulla scena dei bloggers: MariaAntonietta, il disco di MariaAntonietta. yo!

Maria Antonietta è, o dovrebbe essere, la ragazza di un ragazzo che conosco. É anche una tizia che non mi ha voluto mettere “Kooks” di David Bowie (che era la nostra canzone quando c'avevo la ragazzetta ed ero bello in quanto magro) durante una specie di digei set prima di un concerto di quello che poi sarebbe diventato il ragazzo. Il che la rende o una santa o una stronza, a seconda dei punti di vista, ma diciamo che mi ha salvato la vita, a suo modo, quella sera. Quindi bella per Maria Antonietta e per la sua maglietta col cuore sulla mela grande (mi piace ricordarla così). Oltre a queste cose, però, la Leti (si chiama Letizia, come la qualità) di Fano (o di Pesaro, boh!) è anche una fottuta rock singer con litri di sangue e non so bene quanti anni di preciso (sto cercando di ricordare a memoria il suo comunicato stampa, o quello che è), che ha fatto delle robe prima in un duo dal nome ambiguo (non ho mai capito se Polsi Giovani abbia qualche riferimento onanistico, chissà!) e poi da sola in inglese. E poi eccola che arriva qui, pimpante come la rossa Pippi dalle lunghe calze, armata di occhiali da sole e lentiggini, con un disco nella lingua dei suoi genitori, amici, conoscenti, parenti, nemici, noi. Da quello che mi hanno detto il disco in inglese era una figata e questo dovrebbe essere quello commerciale, ma non so se crederci, però non ho modo di saperlo, visto che il disco in inglese non mi sono preoccupato di comprarmelo (sono una merda, lo so). Io posso dire una cosa: MariaAntonietta è molto brava nel gestire sé stessa e il suo personaggio (non so sia gestita o se si gestisca, a dire il vero), il concept è chiaro e declamato in tutte le sue sfaccettature nel corso del suo primo album italico, con tanto di rischio ridondanza costantemente sulla propria testa. Quanto ci sia di costruito e quanto ci sia di assolutamente autentico non sta a me dirlo, ma devo dire che dal punto di vista del mercato funziona. A patto che abbiate una cinquina di anni meno di lei e circa dieci meno di me, però. E che non odiate il maledettismo. Non c'è nulla di male in questo "calcolo" da parte sua, se si fa una cosa per lavoro la si fa guardando anche al proprio target, non sarò io a deprecare la Leti per questo. Il punto è un altro: i versi di MariaAntonietta, la sua voce, la sua musica, al di là di essere un ottimo strumento di marketing, sono qualcosa di davvero ragguardevole? É abbastanza difficile rispondere a queste domande, più che altro per problemi legati alla mia onestà intellettuale, fare cioè in modo che la mia naturale antipatia di stampo misogino non inquini il mio giudizio. Partiamo dai testi: "MariaAntonietta" per la maggior parte delle tracce mi irrita fortemente, ma se fossi una persona che deve avere a che fare con un disagio psicofisico che si presenta puntualmente ogni mese probabilmente potrei persino apprezzare questo album. Perchè è pieno di quella fastidiosa irrazionalità tipica di certi personaggi femminili, ha dei bei modelli femministi e dice con disinvoltura la parola “scopare” (suppongo sia una sorta di rivendicazione, ma non so di cosa), parla di questioni di cazzo (o di amore, fate voi) come se fossero fondamentali e si permette tutta una serie di stupidate (in senso buono) che se le facessi io verrei presi a calci nel culo fino a Marte. La musica fa il suo onesto dovere senza particolari picchi e/o rischi di sorta, gli arrangiamenti sono azzeccati (non ho capito bene se li abbia curati il buon Damiano Simoncini oppure no) e funzionano, nonostante il tutto sia, io credo, consapevolmente in ritardo di una quindicina di anni sul resto del mondo della musica (sembra essere diventato il modo più semplice per risultare originali, paradosso notevole), ammicando alla signora Amore in Cobain (ecco lei sì che mi sta sulle palle) e Pigei varie. La voce è iritante, ma è tutto voluto, sono scelte artistiche, non è che canti così perchè è stonata, o almeno non credo. Per farla breve, anche per ragioni meramente anagrafiche questo album NON è il disco della maturità, ma è il segnale chiaro e forte del fatto che a Letizia non manca quello che molti artisti oggettivamente più bravi di lei non hanno ancora trovato: un concept di base. Sfortunatamente questo concept è anche la croce di “MariaAntonietta”, il disco intendo, perchè una volta assorbito quello resta davvero ben poco di tutto il resto. Se dovessimo fare una cernita di tracce vi direi che quelle da evitare sono il singolone (non me ne voglia nessuno, ma è proprio insopportabile) e “Maria Maddalena”, mentre le prime tre tracce e l'ultima sono quasi delle piccole perle (specie l'opening track), i pezzi più pop sono trascurabili mentre quelli “punk” sono simpatici. Avrei voluto meno ketchup e più sangue vero e proprio, da questo album, e un po' meno di “io” che fa rima con “mio”, meno autoreferenzialità, per essere più chiari. Complimenti per la personalità artistica ma la mautrità è ancora un po' lontana. Ah un'altra cosa: le interviste. Sono quelle che rovinano un personaggio in fondo delizioso, ripartirei da lì per conquistare i pochi che proprio non la digeriscono :-)

domenica 13 novembre 2011

Robot Koch and John Robinson "Robot Robinson" (e anche: eccomi qua, vi sono mancato?)





Premessa: se non ho scritto qui per un sacco di tempo era perché non mi andava, se vi sono mancato eccomi qua, se non vi sono mancato eccomi qua, più simpatico che mai. Fine della premessa. Parliamo di un disco rap, introducendo l'argomento rap. Il rap è un tizio che rappa, cioè parla su un ritmo, di solito in quattro quarti, ma quelli fighi dei quattro quarti se ne fregano e fanno il cazzo che vogliono, e la gente figa strippa per questi. Fine della parentesi didattica. Il disco rap di questa recensione è un disco poco rap, ma anche molto rap, perchè le basi sono strane per essere quelle di un disco rap, ma il rap è molto rap, che però suona strano su di un disco che ha basi che non sono poi così tanto rap. Oddio, non so se sono stato molto chiaro, ma spero di sì. Comunque, avete presente tutti i progetti come Artificial Kid (è un esempio italiano, per dare un'idea, e comunque no, quel disco non mi è proprio piaciuto, e lo sottoscrivo) e roba del genere? Ecco, questo disco è meglio, con tutto il rispetto per gli artisti in questione, che sono in buona fede e rappresentano il vero. Il punto è che ogni volta che si vuole parlare del futuro si tirano in ballo le matusalemmiche nozioni di Sistema e Grande Fratello (orwelliano of course, ma sarebbe più utile parlare di quello endemolico, il post moderno ha più senso della presunta avanguardia, a mio modestissimo parere), o di NWO (non sono un gruppo gangsta rap, è il Nuovo Ordine Mondiale, quello che in pratica ci renderà schiavi di Jabba the Hutt o del Diavolo in persona, mentre Elvis aspetta di risorgere insieme all'esercito dei morti famosi comandato dal Colonnello Morrison, che sarà più o meno nel 2012 quando i poli si invertiranno e avremmo un governo di cui non vegognarci) e i suoni sono quasi sempre fichissimi, distorti, apocalittici e bla e bla. Insomma, onestamente: che due palle. Con questo disco invece i signori in questione riescono persino a farci muovere il sedere e, malgrado l'atmosfera Bladerunneriana aleggi sul tutto, più di una rima riesce a divertire enormemente per il suo essere nerd e teledipendente (nonostante la mia pippaggine con l'inglese mi è parso di cogliere riferimenti al buon Marty Mc Fly e persino all'icona eighties Lion'O, per il mio personale piacere!), evitando la trappola dell'apocalittico. Grande personalità è dunque il principale pregio di questo album, che sulla carta potrebbe apparire come il più improbabile dei progetti, viste le enormi distanze (non solo geografiche) che separano i due artisti: un produttore tedeschissimo da una parte, tale Robot Koch (già produttore di un eccellente disco chiamato The Tape VS RQM, in compagnia del polacco/americano RQM), e dall'altra il veterano statunitense John Robinson, noto anche come Lil' Sci, metà dei celebrati Scienz of Life, al suo secondo incontro con l'etichetta Project Mooncircle (che vi consiglio di tenere d'occhio). Mi preme dire che nonostante si possa pensare subito a categorie come dubstep (ma sono l'unico a trovare questo genere palloso e inutile?) ed elettronica varia, il disco è hip hop nella più squisita delle accezioni, astratto forse, ma innegabilmente hip hop (più del succitato progetto The Tape VS RQM), anche per andare incontro alle esigenze dell'ottimo Mister Robinson, che dimostra una gran tecnica (specialmente sono da notare le pause, che spesso distinguono un buon mc da uno scarso) ma non stravolge nessun canone della scrittura tipica del genere (non lo sto sminuendo, eh, anzi, credo che abbia trovato una formula che non potrebbe essere più perfetta), “limitandosi” a fare del gran rap senza cadere nemmeno un secondo di tono. É un disco, questo, che ha il pregio della misura e non esagera mai, i synth e i suoni non hanno mai un ruolo invasivo e il rap da parte sua non fa mai finire in secondo piano le soluzioni studiate dal bravo produttore tedesco, che riesce a dare il suo meglio in pezzi come “Keep on dancing” e la divertente “Smorgasbord”, i pezzi più “danzerecci” del disco. Non sarà forse il disco della rottura definitiva con l'hip hop tradizionale, come potrebbero essere stati a suo tempo un Cold Vein o un Tragic Epilogue, ma per lo meno non ha quella pretesa e non ricalca una strada già arcibattuta e arciconsumata (asfaltiamola, signor Presidente!), anzi, si spera che possa offrire lo spunto per tutti quegli artisti insoddisfatti del tradizionale boom bap che si accontentano di fare cose strane senza preoccuparsi della loro qualità. Robot is the future, non so se sia vero, ma sicuramente contribuiscono a guardare un po' più in là senza dimenticare gli innocenti ascoltatori, me compreso.

Ps: ho notato che se non si nominano almeno mille gruppi che non c'entrano un cazzo con la recensione vuol dire che il recensore è una merda, quindi ora vi sgancio un po' di nomi per fare il figo, ricordatevi che il mio contatto è sempre quello se volete darmi i props (yo):

Deltron 3030 (l'atmosfera e l'approccio “solare”), i dischi precedenti di Robot Koch (non The Tape vs RQM, per quanto sia una figata), Fantastic Damage di El P (fa sempre bene ascoltarlo ed è forse il disco futuristico per eccellenza), Giorgio Moroder (non c'entra un cazzo ma fa figo, e poi spacca), Flying Lotus, Dabrye, Prefuse 73 (quello meno strano, quindi non l'ultimo, il cui disco è una grandissima rottura di coglioni), King Geedorah (non so quali siano i rapporti di Lil' Sci con il signor Dumile ma ci sono molte cose in comune tra i due, avrei visto bene il signor Robinson su un pezzo del suddetto disco), Beans (Shock City Maverick è il disco che vi consiglio). E basta. Ah, anche Grillo, o gli Apes on Tapes, o Digi D'alessio, che sono dei ragazzi Italiani (non fanno parte del gurppo I RAGAZZI ITALIANI, sono dei ragazzi e sono italiani, anche se hanno tutti circa 30 anni, come me), muy talentuosi, oltre che di bell'aspetto, come me.

giovedì 16 settembre 2010

Somewhere (Sofia Coppola)



Carissimi lettori, mi scuso per la latitanza degli ultimi quattro mesi, ma sono qui per rifarmi. E voglio assolutamente iniziare alla grande. Non vi parlerò di un vetusto film francese o polacco, o di qualche disco di personaggi famosi che non si conoscono, no. Questa volta vi parlo del filmone che ha trionfato alla mostra di Venezia appena conclusasi, lo straordinario «Somewhere» diretto da quel genietto della Coppola. Spero che mi possiate passare una mossa così prevedibile, ma visto che tanto nessuno mi legge ho pensato che dovessi fare qualcosa di assolutamente furbetto e mainstream. E dunque. Posso dire con assoluta certezza che se c'è un film che mi ha davvero soddisfatto e lasciato con la voglia di ritornare al cinema, beh quello probabilmente è il nuovo film di Nolan che deve uscire e che io promuovo sulla fiducia, visto che questo lavoro della Coppola sicuramente non è quel film.Sto cercando di capire quale sia il recondito motivo che ha spinto Tarantino e giuria a eleggere all'unanimità il film in questione, e sono in sincero imbarazzo nel parlarne male, perchè evidentemente qualcuno deve aver capito cose che a me sono proprio sfuggite, escludendo che il premio sia stato dato in base a chissà quali favoritismi o nostalgie sentimentali del presidente (che ha avuto una breve liaison proprio con la vincitrice). Perchè io sinceramente in questo film ho visto più o meno una grande occasione sprecata. Anzi più di una. Era possibile fare un film onestamente sentimentale, delicato, introspettivo, intelligentemente misurato nella sua estetica indie e appassionato, perchè la materia di base c'era tutta. Raccontare, o meglio descrivere, la vita vuota di un uomo all'apice del successo, entrando nella sua dimensione privata (che assume un'importanza decisamente maggiore rispetto a quella pubblica, anche in termini di minuti di pellicola ad essa dedicati), usando come pretesto la presenza di sua figlia, non era una brutta idea, va detto. Ma la sua realizzazione lascia a desiderare. Il film appare freddo, inutilmente freddo, nel suo voler offrire dei quadri asciutti ed esteticamente appaganti, costruendo un gran numero di momenti convincenti del tutto privi però di coesione. Ecco dunque venire fuori il principale problema, macroscopico a dire il vero, di questa quarta opera della figlia d'arte Sofia: la coesione. Questo film si poteva benissimo chiamare: «un numero non precisato di frammenti su quel pezzo di bono di Stephen Dorff che cammina e la regista lo riprende con la telecamera a mano», per quello che offre. Il «sensibile distacco» utilizzato, che risultava vincente in un'opera come «The Wrestler» e in buona parte del quasi ottimo «The messenger» (gran bel film, lo consiglio un po' a tutti, chiaramente nei cinema attenti alle opere meno note è durato tipo una settimane, complimenti!) è qui del tutto fuori luogo, perchè in pratica vieta allo spettatore di poter un minimo capire il peso che la bambina (mai personaggio fu così privo di spessore psicologico, da quello che mi ricordo) riveste nella vita del protagonista, è bellina e fa cose carine ed è tanto disinvolta di fronte alla macchina come la sua sorellina Dakota, troppo disinvolta, anche lei fredda. Come puoi girare un film sulla redenzione, stadio antestante a una puntuale e biblica espiazione, se tutto quello che fai è far vedere uno che scopa si ubriaca e parla a monosillabi con la figlia? Posso capire che il tutto sia in funzione della caratterizzazione del personaggio e della sua vita «normale» (a proposito, mai come in questo film ho sentito la necessità del parlato originale con i sottotitoli, il doppiaggio decisamente toglie spontaneità a dei dialoghi verosimilmente basati sulla pura improvvisazione), ma allora perchè far piagnucolare i protagonisti a circa dieci minuti dalla fine, in uno dei momenti decisamente meno convincenti? Perchè non approfondire nulla? So che siamo nel campo dei gusti opinabili, lo so, ma credo che provando a fare un confronto con il già citato «The Wrestler» sia possibile capire cosa voglio dire. Entrambi i film si affidano a una narrazione abbastanza secca, prediligono la ripresa quasi «documentaristica» e sembrano descrivere più che raccontare, ma si differenziano nell'esito: l'opera di Aranofsky (che era riuscito a sbagliare tutto nella sua inutile pirotecnia presente in «Requiem for a dream» e «The fountain»), che ha i suoi momenti deboli nell'analizzare i rapporti con la vita sentimentale e familiare del protagonista, riesce però a regalarci un quadro completo della psicologia del personaggio, ce lo rende familiare al punto che riusciamo a coglierne gli aspetti più profondi senza che essi vengano esplicitati, e nonostante sia lecito aspettarsi che un lottatore non è esattamente un letterato o un filosofo, le cui elucubrazioni possono affascinare Questo probabilmente è dovuto al fatto che al di là del mero aspetto estetico, é il personaggio a essere stato concepito davvero bene, soprattutto grazie a un imponente Rourke, la cui interpretazione probabilmente esula dal puro mestiere. Questo in «Somewhere» invece proprio non avviene, Dorff è semplicemente un bono che va avanti e indietro e non ha alcuno spessore, e non credo che sia una giustificazione sufficiente dire che in fondo fosse quello il solo modo di descrivere la sua vacuità, e se proprio doveva essere così allora spiegatemi come diavolo fa un personaggio così impercettibilmente abbozzato come la figlia a generare in lui l'epifania degli ultimi minuti. é principalmente un problema di coesione, o anche di mancanza di una vera e propria morale (che altre pellicole ad esempio hanno, senza incappare in quel mostro nero che è la banalità, e che qui occorreva), a rendere l'opera qualcosa di fortemente mal riusicito e soprattutto onanistico. Spiace davvero dirlo ma per farla breve: un film alla Cocciante, bello senz'anima.

lunedì 5 aprile 2010

"Lucio Dalla" (1979) - Lucio Dalla (ovvero: non si esce vivi dagli anni ottanta)

Copertina di Lucio Dalla Lucio Dalla

prologo: ho incontrato una simpatica ragazza sul treno ancona bologna, alla quale ho dato una delle mie famose risposte idiote che malcelano la mia storica indole instabile: spero che tu legga questa recensione e che apprezzi, per altro sapere che Dalla ti ha svezzata è un bonus da dodicimila punti a tuo favore, detto questo, per tutti gli altri: il sito di ondarock dedica uno spazio a Dalla davvero ben fatto, il mio è un solito divagare sulle cose che lasciano un qualche segno in me, voi consideratelo appunto come un divertissement. grazie!

In questi giorni mi capita spesso di ascoltare un disco di Lucio Dalla, che si chiama come lui, ed é del settantanove, che in pratica è l'anno prima dei famigerati anni ottanta. Lo intervallo a un disco italiano fatto da uno che si chiama il Sig. Solo, che è un ragazzo di trentanni (oddio, credo qualcosa di più, ma magari ne ha di meno quindi facciamo finta che non ho detto nulla) che suona le tastiere ed ha un approccio che può, con un po' di fantasia, ricordare il Dalla senza reumatismi e artrite. Non credo che si equivalgano artisticamente, anche perché tendo a considerare il Dalla di quegli anni l'unica forma di divinità pagana socialmente accettabile, ma la sensazione che si ha, ascoltando questi due, è che ci sia una sorta di continuità nell'approccio alla costruzione dei pezzi (anche se, lo sottolineo, il modo di cantare e di scrivere è diversissimo, è proprio una questione di attitudine, giusto per evitare che possiate pensare di ritrovarvi a un'operazione di riciclo). E la cosa allora mi ha fatto riflettere sul ruolo del signor Dalla nel magico mondo dei cantautori. E sulla vita. E sul fatto che non mi veniva in mente davvero nulla da scrivere fino a quando non ho assistito al gran brutto concerto in coppia con De Gregori impietosamente trasmesso dalla nostra tivù nazionale (io più che per l'assenza di Luttazzi protesterei per la presenza di costoro). E sul ruolo del destino e della fortuna. E poi ho detto “basta” e mi sono messo a scrivere. Premessa: non voglio essere cinico e dire che l'età conta e che non è vero che puoi fare musica tutta la vita, ma purtroppo devo. Perché sì, ecco, la pensione esiste ed è una cosa buona e in fin dei conti sensata, anche se in fondo piace a pochi (è un fenomeno che rientra nell'ABC della psicanalisi, ma che ve lo dico a fare, voi siete gente colta e accorta, lo avete studiato prima di me e meglio di me). E credo che sia ingiusto vivere in un paese eccessivamente democratico, dove ai cantautori è concesso di fare dischi dopo una certa età. Mi lamento del governo soprattutto in relazione a questo, oltre che all'aumento del prezzo delle sigarette (che per altro fumo di rado). Che poi non si parli di politica in tivù mi spiace, ma sono convinto che se in Italia smettessimo di chiamare Loredana Berté nei talent show e impedissimo a Lucio Dalla di fare ancora dischi le cose andrebbero meglio. Ne guadagnerebbe il nostro senso critico, avremmo rispetto per gli anziani e saremmo molto più tolleranti. E forse rovesceremmo il governo. E invece no. Alla luce dei fatti, Dalla fa dischi postumi anche se ancora respira e l'unica cosa buona che ci resta di lui è nascosta nell'approccio gioioso, sporadicamente ispirato e soprattutto ironico di avvicinarsi alla canzone in alcuni autori nostrani che non sono ancora entrati nella Anta Generation. Che poi alla lunga abbia rotto il cazzo pure quello è vero, ma è un discorso lungo, delicato e scomodo che la mia indole involontariamente democristiana non consente. Pardon, non votatemi e sputatemi, ma pardon. Ma dicevamo di Dalla quand'era giovane e bello. Anzi, solo giovane. Ma neppure, visto che il Dalla di cui parlo aveva tipo 40 anni, mica venti, e neppure trenta come me (quasi), quando realizzava questo album fichissimo, non pago di aver vomitato (credo che chi conosce questo disco mi potrà concedere tranquillamente il termine) una robina che si chiama “Com'é profondo il mare”, che è tipo una delle cose più potenti del cantautorato italiano in generale. Solo che quel disco, per quanto bellissimo, aveva un mood diverso, un fine preciso che probabilmente esulava dal mero intrattenimento, ed è soprattutto un disco di contrapposizione alla realtà circostante, con tutta l'irriverenza per nulla bonaria, per quanto divertente, che permea gran parte delle tracce. In pratica, si può dire che sia stato un disco “combattente” (e non militante, attenzione, le parole sono importanti), un ottimo disco combattente per la precisione, che andrebbe cantato per intero nelle piazze, al posto dei soliti omaggi del cazzo a Rino Gaetano che arrivano in casa nostra durante il primo maggio. Con “Lucio Dalla” si può invece dire che la guerra è finita. Abbandonata la rabbia giovane e ritrovato il bello nelle persone, Dalla mette in scena del materiale da fiction, personaggi senza tratti peculiari così interessanti, non c'è più nulla degli eroici pesci del disco precedente, restano le persone, anzi: la gente. Sembra che Dalla in questo album abbia (in)consciamente carpito quel grande segreto che si cela dietro al mondo, e cioè che gli esseri umani sono sostanzialmente semplici, rispondono a un numero limitato di impulsi e hanno reazioni prevedibili in quanto umane di fronte alle situazioni. Nessuno è speciale nella misura in cui tutti lo sono, insomma, sembra cantare Dalla, con i suoi Anna e Marco i suoi amici a cui spedisce lettere cautamente ottimiste (ma innegabilmente amare, va sottolineato). E dunque anche le sue canzoni, sono semplicemente quelle di un ottimo interprete di sé stesso, l'etichetta di cantautore va bene per i timidi dal ciuffo davanti alla faccia e per giovani tormentati dalla metafora facile. Alla faccia di qualche poeta col trip dell'impegno. In ogni caso, questo è l'aspetto più interessante del disco, a mio parere, dal punto di vista dei testi: da una parte hai il cantautorato (e quindi De Andrè e derivazioni varie), dall'altra gli onesti/disonesti professionisti, quelli che magari non li chiami poeti ma tuttavia riescono a confezionare motivetti orecchiabili e persino piacevoli. Ecco, in mezzo ci sono Dalla e pochi altri. Battiato forse, negli anni ottanta, ma non si può certo dire che non fosse sofisticato. Gaber, ecco lui sì, anche se al centro del lavoro di Gaber viene prevalentemente trattata una problematica in particolare, mentre il Dalla di questo periodo sembra dedicarsi a tutto tranne che a una problematica. In questo si può ritrovare il principale pregio di costui: nella sua unicità in Italia. Anche dal punto di vista musicale, se di invenzione vera e propria non si può parlare, si può notare l'originalità nel modello da imitare: volontariamente o meno, “Lucio Dalla” trasuda funk, va matto per il groove, anticipa senza saperlo l'hip hop, condisce il tutto all'amatriciana e serve in tavola. Curioso che sia stato un gruppo assolutamente superfluo come gli Articolo 31 di “Così com'è” a riportarlo in vita attraverso un featuring negli anni novanta (“L'impresa eccezionale”), mentre più di dieci anni dopo l'operazione più spiccatamente “reverenziale” nei confronti di costui sia invece da attribuirsi a un gruppo rispettato come i Mariposa nella canzone Sudoku (dire che la canzone sia semplicemente e quasi casualmente simile a un pezzo di Dalla è come dire che Shutter Island é il film di un regista distratto che non controlla il genere... ah ma l'hanno detto, ora che ci penso, sono distratto anche io!) Ripeto, questo disco fa bene alla salute, probabilmente non incrementerà la vostra vita sessuale a causa della pessima fama di cui gode Dalla presso le generazioni che lo hanno conosciuto tramite “Attenti al lupo” (come nel mio caso, ad esempio), ma vi farà rivedere probabilmente l'accezione del termine “cantautoriale”, se siete persone intelligenti e senza pregiudizi. Del resto, ci sarà un motivo se voi votate a sinistra e gli altri no, non credete? Ciao.

Ps: Mi sento di segnalarvelo, dato che mi ha dato l'ispirazione a scrivere di ciò e soprattutto mi ha suggerito il sottotitolo agnelliano: il disco del Sig. Solo si chiama “Il centro é commerciale”, lo trovate su i tunes o ai concerti del suddetto, il riferimento a Dalla non è così palese come quello (comunque elegante) a Battisti, ma sono del tutto sicuro che i più attenti di voi non faticheranno a individuarlo. In ogni caso è un disco godibilissimo e leggero, ideale per scrivere recensioni ed sms alla persona cara. Per i rave sull'enterprise bussate alla porta accanto, grazie.

martedì 2 marzo 2010

"La vita é breve e spesso rimane sotto" (Dino Fumaretto)



Su Fumaretto/Billoni ho detto moltissimo nel corso di svariate conversazioni con un sacco di ragazzi e ragazze, soprattutto ragazze, perchè conosco pochi maschi, mi piacciono le femmine, anche se il mio cavaliere dello zodiaco preferito non é mai stato Andromeda. Quando ne parlo, parto sempre da quella che è l'idea alla base del lavoro di Fumaretto, poi passo a una sommaria descrizione di uno o più dei suoi dischi, e infine invito la mia interlocutrice a venire con me a uno dei numerosi concerti del signor Billoni. Salto volutamente tutta la parte dedicata a influenze e ispirazioni, perchè dire che costui ha a che fare con Morgan o con Battiato mi sembra roba da rockit, sito che personalmente detesto in maniera pubblica e sfacciata, probabilmente più per il lettore medio che per le recensioni in sé (del resto sono scritte in maniera interessante, anche se hanno questo maledetto trip dello spendere dieci righe per dire chi o cosa ha ispirato qualcuno: mah!). Fumaretto può incrementare la vostra vita sentimentale/sessuale, anzi, sessuale, se avete una buona oratoria e amicizie femminili di un certo tipo. Il che mi sembra un motivo più che sufficiente per comprare il suo disco, o anche solo per finire questa recensione, farla propria e cercare la partner adatta. Potreste addirittura finire la serata a rotolarvi sul pavimento con la vostra amica, magari ascoltando questo ultimo capolavoro, uscito fresco fresco grazie anche all'ausilio della Trovarobato, che é forse l'etichetta per antonomasia degli artisti famosi che non si conoscono (quelli che se li trovi in un locale dici ai tuoi amici indie: “oh guarda, quello é vasco brondi”, o dente, o enrico gabrielli, o the niro, oppure boh). Così, prendete questa recensione come una di queste mie conversazioni di cui ho appena parlato, e se siete delle donne ricordatevi che sono libero, disponibile e risiedo a Bologna.
Dunque, diciamo che il signor Fumaretto ed Elia Billoni sono la stessa persona, ma in fondo non é vero. Perché Elia é una persona, e Fumaretto é un personaggio, anche se reale. Esiste in quanto pensa, il che é sufficiente per dire che Fumaretto c'è. E in questi tempi di laicità ostinata e obbligatoria mi sembra già tanto. Quando dico che c'è e che pensa voglio riferirmi al fatto che questo progetto musicale gode di un attimo impianto teorico, attraverso il quale é ben delineato quello che il personaggio pensa e dice, il suo linguaggio è lui, è lui il famoso luogo di cui parla Giorgio Manganelli. Che poi Billoni ci parli, ci canti o ci porti a pisciare il cane sopra, non é così importante, perchè Fumaretto, come già detto, probabilmente ci sarebbe lo stesso. Così, nell'ascoltare le cose scritte da questo personaggio, noi sappiamo già come dirà qualcosa, anche se non sappiamo esattamente cosa, essendo ahimè sprovvisti di poteri esp. Sappiamo che qualsiasi cosa verrà scritto da costui sarà verosimilmente pesante, tronfia e lamentosa, surreale, indefinita. Bene, prendete questa scrittura e datela in mano a Billoni, come se si trattasse di tutt'altra persona. Billoni non è così lamentoso, é una persona che sembra molto simpatica, sicuramente si gode della vita molto più del suo amico/maestro/conoscente Fumaretto, forse si prende molto meno sul serio. Così, in bocca a lui, le parole di Fumaretto cambiano, diventano altro: fanno ridere in maniera quasi sacrilega rispetto alla materia trattata. E così ridiamo apertamente della depressione, della morte, dell'omicidio, senza troppi sensi di colpa. É colpa del Billoni, del suo esagerare le cose, della sua capacità di entrare nel grottesco e uscirne pulito e profumato facendoci vedere tutto nel suo lato più good, anche se la vita é una merda, giusto per parafrasare alcune delle sue parole, colpa del suo mettere in scena, più che interpretare, le parole di Fumaretto, in una specie di atto liberatorio che probabilmente andrebbe a genio a Jodorowski o al mio ex professore di filosofia del liceo, in quanto in grado di riflettere anche i nostri momenti di esagerazione, l'eccessivo peso date alle crisi: se si ride, quasi cinicamente, della depressione è perché questa parola ha perso la sua validità scientifica ed è diventata di moda, e Billoni sembra averlo capito davvero bene. Il che però ci pone di fronte a un rischio: se non ci fosse Billoni e se non ci fossero le sue performance live probabilmente i dischi di Fumaretto perderebbero molta della loro utilità. Perchè si tratta pur sempre di dischi composti quasi unicamente di piano e voce, realizzati senza particolari accorgimenti produttivi, che se non fossero costituiti di quella ricca materia prima di cui sopra, risulterebbero davvero l'equivalente di un discreto demo con alcuni spunti interessanti e stop. Ecco, se proprio si volesse parlare un po' male di costui, dato che in una recensione non puoi mica dire bene e basta, a meno che non ti paghino e a meno che il recensito non sia tuo amico e/o cognato, direi che si può incolpare il Billoni di aver realizzato questo terzo disco come se fosse il primo, seppur con più professionalità. Ah, ovviamente questo va detto tenendo conto del fatto che in effetti, da un punto di vista “ufficiale”, questo può essere considerato il suo debutto sul mercato tradizionale, quello dei negozi, con tanto di etichettina prestigiosa/famosa a far da garante, qualora si senta la necessità di vedere chi fa da padrino al tutto. É però lecito temere che alcuni dei fan di vecchia data, poco comprensivi e probabilmente poco pratici, trovino l'operazione vagamente commerciale, ma in fondo fa parte dei rischi del mestiere, e non ci si può far molto. Con questo non voglio assolutamente consigliare a Fumaretto/Billoni di farsi rovinare il prossimo disco dal Giorgio Canali di turno, tuttavia sono molto curioso di vedere cosa può succedere con l'ausilio di altri strumenti e magari l'intervento di qualcuno per quanto riguarda la produzione. Potrebbe benissimo capitare che finirei per rimpiangere il precedente, ovvio, ma secondo me si può rischiare. Comunque consiglio a tutti di godersi l'esperienza di un suo concerto e la lettura del suo blog, perchè con Fumaretto abbiamo finalmente un artista davvero impegnat(iv)o e stimolante da un punto di vista letterario (sarebbe più opportuno fare il nome di un Kafka anziché di un Gaber o di un Morgan), il cui merito principale é di contrapporre la prosa alla poesia, e in tempi di scontatezza come questi, mi sembra un punto decisamente a suo favore. Ho finito.

Ps: non ho voluto citare ogni singolo pezzo e mi scuso di ciò, ma data l'omogeneità del lavoro, mi sembrava più rispettoso offrire un quadro generale dell'opera, comunque “mostra” e “la vita in ufficio” sono un ottimo motivo per acquistare il disco!